| |
 |
TEATRO
Liolà
Di Luigi Pirandello
Fino al 29 ottobre 2006, Teatro Brancaccio, Roma
Andiamo a Roma per assistere a Liolà, lo spettacolo che riapre dopo la pausa estiva il Teatro Brancaccio. Pronti, via, il sipario si alzerà e voi, dopo aver spento il cellulare, sarete catapultati nella campagna agrigentina al séguito del contadino più easy della terra, come dicono quelli giovani.
Liolà è un uomo agricolo che non ha un problema, o meglio, che non ha un problema suo. I guai, infatti, arrivano dalle tresche degli altri; sì, è vero, lui risponde con altre genialate, ma in fondo si tratta solo di legittima difesa.
Diciamo che a mister simpatia piacciono le donne, non riesce a farne a meno. La sua, però, è una passione coltivata alla luce del sole, la stessa luce che alimenta e favorisce la produzione delle mandorle di Zio Simone, ricco e anzianotto proprietario terriero sposato con la bella e giovane Mita. Eccolo, il problema: Re Mida non è prolifico, vorrebbe un figlio per lasciare in eredità l’impero delle olive e delle mandorle, ma non possiede le capacità di inseminator Liolà, un uomo che ama le sue donne, ha dei figli da loro, si offre per matrimoni riparatori, loro rifiutano e lui si tiene i bambini, una macchina perfetta che farebbe invidia all’Italia a crescita zero dei giorni nostri; un meccanismo basato, però, sul consistente contributo di Zia Ninfa, l’asilo personale di Liolà, la chioccia dei tre piccoli già inseriti in bacheca dal giovane agricoltore.
Ma veniamo agli intrecci. Tuzza, una delle tante protagoniste della storia rurale di Pirandello, si lascia sedurre da Liolà. Capirai, quindi? E’, niente, diciamo che per Liolà, uomo d’onore, appunto, non è un problema chiedere a Tuzza di sposarlo e accollarsi il quarto figlio, ma Tuzza rifiuta perché una così gran signora non potrebbe avere un uomo che è di tutte, cribbio. E’ la storia del bue che dà del cornuto all’asino. A questo punto Tuzza, invidiosa di Mita che, neanche a farlo apposta, in tempi passati è stata amata da Liolà, pensa bene di prendere due piccioni con una sola, ehm, fava, proponendosi allo scalpitante Zio Simone – perché l’uomo è predatore, si sa – e soprattutto proponendogli la paternità del figlio che ha in grembo per mettere a tacere i chiacchieroni. Il padrone della robba accetta e, gonfiando il petto, fa capire a Mita che quindi il problema non era lui, e che ora dovrà lasciare in eredità tutte cose al figlio di Tuzza; Mita scappa e, nel suo fuggire dal marito padrone, apre la porta a Liolà per attuare una perfida vendetta.
Dopo la comparsa, all’interno della storia, dell’ennesimo bollino rosso, Mita rimane incinta. Lo Zio Simone, che è pur sempre suo marito, si attribuisce il merito del concepimento del quinto figlio di Liolà e, per poter finalmente girare l’eredità a un figlio suo – o almeno a un figlio di sua moglie - liquida serenamente Tuzza, consigliando a Liolà di prendersela in moglie. Liolà questa volta rifiuta un così alto montepremi scegliendo, al limite, il premio di consolazione, ovvero il figlio di Tuzza, da aggiungere ai tre già allegramente gestiti da Zia Ninfa.
Tuzza, cornuta e mazziata, non la prende bene e il sipario cala su un finale sospeso, con il sangue che sgorga – sgorga, insomma, ci scappa una coltellatina - da una sola persona, l’unica pulita e generosa in un branco di grezzi materialisti, brrr, mi indigno. Il sangue perso sarà fatale a Liolà? Boh, intanto, lui, piegato, con la mano sul fianco, riesce a trovare la forza per canzonare ancora Tuzza, invitandola a stare serena e a lasciargli il nascituro, tanto, tre, e uno quattro! Gl’insegno a cantare.
Liolà
Di Luigi Pirandello
Con Gianfranco Jannuzzo e Manuela Arcuri
Fino al 29 ottobre 2006, Teatro Brancaccio, Roma
Il sito del teatro Brancaccio è www.teatrobrancaccio.net
|
 |
|
|