LA LUNA E I FALO'
Cesare Pavese
1950.
E' un libro di cui è – per me – difficile scrivere.
La sensazione è di trovarsi di fronte a un qualcosa senza tempo – il frammento di specchio, che riflette l'anima eterna dell'Uomo.
Mi dava l'impressione di essere un libro triste, per quello lo spostavo da una parte all'altra della mia libreria che non c'è; alla fine, non sapendo più dove metterlo, ho deciso di leggerlo. E mi sono innamorata, naturalmente.
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Il libro racconta un ritorno: Anguilla torna alle sue Langhe nell'immediato dopoguerra dopo molti anni trascorsi in giro per il mondo e poi in America; nel paese natio intraprende una sorta di pellegrinaggio alla ricerca delle proprie radici ( Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti ) in compagnia di Nuto, l'amico d'infanzia – lui orfano, allevato da una famiglia per via del sussidio concesso dall'ospedale, al casotto di Gaminella.
E il libro si dipana struggente e lirico; Anguilla passa di orrore in orrore, constatando che le ragioni della storia – e la guerra - sono state più forti della cultura locale e della civiltà contadina.
La luna e i falò del titolo sono le tradizioni contadine, il sapere antico che con il tempo dimentichiamo di conoscere ( Io sono scemo, dicevo, da vent'anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m'ero accorto, che non sapevo più di saperla .)
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